Orchi e affini – Darwin Fantasy

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Il recente risveglio di (sanissimi) sentimenti antirazzisti che, partendo dagli Stati Uniti, hanno riverberato in tutto il mondo, è andata a toccare anche argomenti apparentemente molto lontani dalla situazione di origine: quella di una disuguaglianza tra (la maggior parte dei) bianchi americani e degli altri gruppi etnici, primi tra tutti (tanto per disparità quanto per percentuale di popolazione) gli afroamericani che soffrono del pregiudizio schiavista e della sua ripercussione a lungo termine.

Gli afroamericani (in media) soffrono di una profonda disparità economica, cosa che negli Stati Uniti, dove la migliore formazione è sempre quella privata, si traduce anche in una disparità culturale che impedisce a molti di accedere all’ascensore sociale ed economico dei lavori più remunerativi.
Le forme di razzismo variegate, spesso anche molto violente, contro queste popolazioni da parte di una certa fetta dell’america bianca, poi, rendono la faccenda ancora più grave.

How Racism And Microaggressions Lead To Worse Health | Center for ...

Questa faccenda, estremamente seria, ha avuto ripercussioni anche sul più “leggero” ambiente dell’intrattenimento, provocando censure o (più sane) introduzioni informative ad alcune pellicole e serie televisive, ed ha toccato infine anche il mondo ludico.
La wizards of the coast, come già detto in questo precedente articolo riguardante le misure prese in merito a Magic: the Gathering, ha voluto esprimere immediatamente la sua vicinanza alla popolazione di colore con una misura simbolica ma che pare avere un certo significato per la base giocante.

La ditta americana produce però anche Dungeons & Dragons, e anche in questo caso non ha tardato a farsi sentire: in un articolo sul sito ufficiale, ha espresso la volontà di impegnarsi nel fronte della lotta al razzismo anche attraverso il gioco di ruolo più famoso nel mondo, con misure come, ad esempio, la dissociazione tra i Vistani di Curse of Strahd e la figura di alcuni popoli originariamente nomadi dell’europa orientale che avevano inizialmente ispirato la loro figura.

Allo stesso tempo, ha anche deciso di prendere alcune decisioni pratiche, come la scelta di acquisire nel team artistico personalità di origini diversificate: sotto quest’ottica sarebbe finalmente possibile dare voce anche a realtà che subiscono discriminazioni e contemporaneamente mostrare che certe carriere lavorative siano possibili indipendentemente dalle proprie origini.


Un elemento sul quale l’attenzione è stata catalizzata è inoltre la volontà di dissociare alcune creature di D&D dai loro ruoli di “antagonisti puri”, dando invece a ogni specie intelligente dei mondi fantasy quella tipica eterogeneità morale propria dell’uomo: l’esempio più iconico è quello degli orchi, passati nel corso del tempo da barbarici sanguinari con un’intelligenza inferiore (e, a detta di alcuni, ispirati a popoli di origine extraeuropea) ad essere, in alcune ambientazioni, un popolo fiero tutt’altro che stupido o malvagio.

In armonia con il pensiero antirazzista, ecco a voi un nuovo articolo della serie Darwin Fantasy nel quale cercheremo di capire come potrebbe essere avvenuta l’evoluzione dell’orco e, se fosse ridotto a bestia sanguinari, come potremmo spiegare questa caratteristica senza per forza svilirne la natura…

Come diventammo predatori

Tutto cominciò circa 7 milioni di anni fa: per ragioni ancora molto dibattute, avvenne una scissione nel ramo degli ominidi. Alcune di queste scimmie ancestrali mantennero il loro originario stile di vita arboricoloi: da queste specie derivano, ad esempio, gli attuali scimpanzé.
Altre scimmie, invece, variarono il loro stile di vita: molti pensano che alla base di questa trasformazione ci sia stato un importante cambiamento climatico che abbia fatto recedere le foreste in favore della savana.

Non è chiaro quanto i nostri antenati vivessero interamente nella savana o se fosse per essi una porzione di un habitat più variegato, ma resta il fatto che l’evoluzione li portò ad ottenere caratteristiche decisamente più vantaggiose per un ambiente pianeggiante e povero di vegetazione: la postura eretta permise infatti ai nostri antenati di avvistare prima gli altri animali, e lo sviluppo del sudore come alternativa al pelo concesse la possibilità di performance fisiche, come la corsa, per periodi di tempo prolungati, dove invece un animale peloso sarebbe stato costretto a fermarsi per disperdere il calore accumulato.

An artist's impression of the early hominin Graecopithecus freybergi in its savannah home in ancient Greece

L’ambiente della savana era inoltre povero delle piante tipiche della dieta delle scimmie (che resta tuttora, per tutti i primati, per lo più vegetariana), ma ricco di animali da cacciare: l’apporto proteico della carne, infatti, fu probabilmente uno dei motori dell’evoluzione che ha portato all’Homo Sapiens.

Le altre “grandi scimmie” o Ominidi, ovvero scimpanzé, oranghi, gorilla e bonobi, hanno invece conservato abitudini di vita boschive, nutrendosi principalmente di frutta: questo però non fa di loro degli erbivori, infatti essi “rinforzano” le proprie abiltudini alimentari con piccole quantità di carne, di solito insetti.
I più svegli di loro tuttavia, gli scimpanzè, organizzano vere e proprie battute di caccia con ruoli specializzati al fine di nutrirsi di… scimmie più piccole!

Per analizzare l’origine degli orchi, mi sono chiesto cosa sarebbe successo se almeno una porzione di altre specie di ominidi si fosse distaccata dal ramo principale, andando ad assumere, in maniera simile all’australopiteco, una postura più eretta e uno stile di vita da cacciatori.

Orchi, anzi… gorilla!

Harambe vive negli articoli chiusi

Nella tradizione occidentale, il termine “gorilla” ha spesso un’accezione negativa, di persona poco sveglia, grezza, ed è non a caso associato allo stereotipo della guardia del corpo enorme ma non necessariamente brillante.

In realtà i gorilla, sebbene siano estremamente forti a livello fisico, non sono una specie particolarmente aggressiva. Sono invece una delle specie di scimmie più intelligente dopo gli scimpanzé e, in grado di utilizzare intelligentemente semplici strumenti: un esempio famoso è quello di un gorilla che ha utilizzato un ramo per “testare” la profondità di una zona paludosa prima di attraversarla.

Sono inoltre animali dalle grandi doti comunicative: è’ nota la storia di Koko, gorilla femmina morta nel 2018 all’età di 47 anni, famosa per aver imparato oltre 1000 parole in una versione modificata del linguaggio dei segni ed essere in grado di comprendere oltre 2000 termini in inglese. Non è chiaro quanto Koko fosse consapevole o meno dell’uso dei segni o se il suo utilizzo fosse unicamente emulativo e legato alle ricompense ottenute, ma pare che i test effettuati su di lei abbiano mostrato un quoziente intellettivo tra i 70 e i 90, al pari di un bambino umano con un lieve ritardo: niente male, per essere “solo un gorilla”!

Addio a Koko, la gorilla che conosceva la lingua dei segni
“Sai quanti gorilla servono per avvitare una lampadina?”

Lanciandoci ora nell’ambito della speculazione, se una parte degli antenati dei gorilla avesse preso la strada della caccia nella savana in modo analogo all’australopiteco, come apparirebbe ora?
Probabilmente sarebbe fisicamente più grosso degli esseri umani, esattamente come gli antenati dei gorilla erano probabilmente più grandi di quelli degli umano moderni: avrebbe ridotto, anche se solo parzialmente, le sue grandi braccia in favore di uno sviluppo delle gambe, sebbene si possa ipotizzare uno squilibrio tra gli arti differente da quello degli esseri umani.
Infine, potrebbe aver mantenuto i grossi canini, tipici anche della rappresentazione comune degli orchi: avrebbe inoltre, proprio come gli esseri umani, ceduto parte della peluria in favore della sudorazione, e la sua epidermide, inizialmente nera, avrebbe virtualmente potuto, proprio come per gli esseri umani, mostrare un variegato spettro di colorazioni.

Il nostro post-gorilla, grande e forte, dai canini prominenti e dalla pelle simile a quella degli uomini corrisponderebbe dunque molto bene alle riproduzioni più recenti degli orchi, che hanno nel tempo abbandonato, nell’immaginario collettivo, la pigmentazione verde in favore di colori più realistici.

Les orques » Donjons & Dragons - D&D 5e

Per quanto concerne poi le doti intellettive, è difficile dire quanto l’antenato dei gorilla fosse sveglio rispetto a quello degli esseri umani: milioni di anni di evoluzione hanno portato gli attuali gorilla a risultati invidiabili, nel regno animale, e una “corsa all’intelligenza” tra le due popolazioni di scimmie sarebbe probabilmente dipesa dalle tempistiche nel cambio di abitudini, alla disponibilità di cibo, alle variazioni ambientali e alla capacità da parte degli ominidi di reagire ad esse.
Pare comunque sensato pensare che i nostri “Orchi Alti” possano raggiungere dei livelli intellettivi in linea con quelli dell’Homo Sapiens Sapiens: in quest’ottica essi sarebbero una specie di individui forti e fieri perfettamente in linea con le ultime rappresentazioni.

Ma come potremmo, a partire da questa figura, giustificare invece il classico orco verde, selvatico e aggressivo?

Pelle verde

Gli orchi sono, evidentemente, mammiferi, come si evince dal tipo di pelle, dalla struttura fisica, dalla peluria, dalle mammelle nelle orchesse e dalla capacità di riprodursi con gli umani: tuttavia il colore verde della pelle non è presente in alcun mammifero.

Questo probabilmente perché i mammiferi si sono tutti evoluti dai primi, piccoli roditori notturni e il colore verde della pelle, tipico ad esempio di alcuni rettili, non è mai stato “trasportato” negli animali più recenti.
Questo significa dunque che non è possibile avere una pelle di un colore “innaturale”? Forse non tramite i normali processi evolutivi, ma vi sono esempi di coloriti epiteliali assai strani anche tra gli uomini, causati non da motivi genetici ma da particolari situazioni.
L’esempio più noto è probabilmente l’argiria.

L’argiria è una patologia dovuta all’esposizione a sostanze a base d’argento che causa, tra le varie, una colorazione blu della pelle: sebbene in fase acuta essa possa essere letale, nelle situazioni più lievi essa comporta “solo” un effetto estetico e, inevitabilmente, sociale.
Si tratta di una malattia tipica di chi lavorava nelle miniere d’argento.

Per quanto non ci interessi il colore blu, questa malattia ci fa capire che un’adeguata sostanza potrebbe essere in grado di far diventare la pelle verde: purtroppo (o per fortuna!) l’unica forma di “malattia verde” nota è l’anemia ipocromica, che mostra un tipico pallore dei tessuti ma ben lungi dal fornire una vera e propria colorazione.
Data un’adeguata sostanza colorante, tutta da definire, come potrebbe essa essere legata al classico comportamento aggressivo degli orchi?

Alchimia Benoit | La flora batterica “buona” e “cattiva”

E’ stato dimostrato che la flora batterica che vive nel nostro intestino è in grado di alterare il nostro umore e dunque agire, indirettamente, sul comportamento: alcune ricerche suggeriscono un rapporto profondo tra lo stato del cervello e quello dell’intestino, teorizzando un possibile ruolo della flora batterica (o della sua assenza) nello sviluppo di patologie mentali come la demenza e la schizofrenia.

Una specifica specie di orchi potrebbe vivere in simbiosi con un batterio in grado di produrre sostanze che alterano la colorazione epiteliale e che inducono a uno stato comportamentale simile a quello di un predatore: la simbiosi potrebbe essere comunque vantaggiosa per l’orco, riducendo le sue doti intellettive ma fornendo ulteriori capacità.
Esistono casi di patologie evidentemente negative ma che si sono dimostrate comunque vantaggiose: l’esempio classico è l’anemia falciforme, una patologia genetica che altera la forma dei globuli rossi riducendone le performance, ma che rende immuni alla malaria. Un tratto genetico negativo, dunque, potrebbe comunque rivelarsi vincente (ed essere dunque passato alle generazioni successive) nel giusto contesto.

Vivere bene con l'anemia falciforme - Fondazione Gianni Benzi Onlus
Un globulo rosso di una persona affetta da anemia falciforme

Allo stesso modo, il microbo “orcofilo” potrebbe fornire un vantaggio al nostro “Orco Ferale”: ad esempio, potrebbe essere una forte resistenza nei confronti di agenti patogeni di determinati ambienti come le paludi o le caverne umide, andando a giustificare come questa specie abiti i classici luoghi malsani che gli avventurieri frequentano fin troppo spesso. Inoltre, il microbo potrebbe essere patogeno per le altre specie, rendendo di fatto gli orchi ancora più pericolosi.

Specie affini

Esattamente come gli orchi potrebbero essersi evoluti dai gorilla, sia in forma “alta” che, tramite apposito batterio, in forma “ferale”, lo stesso potrebbe essere accaduto alle specie a loro più affini nell’ambito fantasy.
I goblin, per esempio, potrebbero discendere dagli scimpanzé, rapidi nei movimenti arboricoli e capaci di cacciare in gruppo, oppure dai bonobo.

Se poi andiamo a prendere una creatura di grandi dimensioni, come l’Ogre, viene naturale chiedersi se possa esistere un antenato ottimale: sono esistiti infatti degli ominidi estremamente grandi, dei quali abbiamo purtroppo ad oggi solo resti di mandibole.

Nello specifico parliamo del Gigantopithecus Blacki, un primate che poteva superare i tre metri d’altezza e i 500 kg di massa: un simile gigante sarebbe stato un antenato ideale per le creature umanoidi più grandi del classico fantasy, come ogre, giganti ciclopi.

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