La Biologia dei Draghi – Darwin Fantasy

pubblicato in: Scienza & Giochi, Spade & Magie | 0

E’ ormai passato un anno intero da quando questo progetto è cominciato: nel corso dei mesi, esso ha abbracciato nei suoi articoli giochi cartacei ed elettronici, fantastici e realistici, medievali e futuristici.
Ho creato una pagina di facebook da 1300 followers e un gruppo correlato e non posso che ringraziare ciascuna delle persone che mi hanno supportato in questo cammino.
Se vi sono piaciuti i miei articoli, vi invito subito a seguire la pagina e unirvi al gruppo.

Il progetto mi ha aperto a una collaborazione con Giocaruolando tramite i compagni di Associazione Arezzo gaming club (che stanno organizzando un mega-evento di GDR in questi giorni, correte a iscrivervi!), con i canali di Gamer Mamma e di Grappa e Spada e mi ha permesso di creare, con la mia compagna Elisa, un’avventura introduttiva per Apprendisti Eroi del carissimo amico Giovanni Micolucci di Vas Quas Editrice.

Ho deciso di finire questo primo anno con il botto, con un gran finale per il quale mi sono fatto aiutare dal mitico Matteo “Autunno” di Domenico di Arcamundi, che mi ha dato una mano a fare una trasposizione per D&D 5e del nostro studio che trovate in fondo all’articolo.
Benvenuti nel nuovo articolo della serie “Darwin fantasy”.
Oggi andiamo a scoprire come funziona… un drago!

Draghi scientificamente… approssimati!

Il drago è una creatura fantastica e sfida moltissime leggi della fisica e della biologia questo articolo è ovviamente una scusa per fare divulgazione su tanti, piccoli temi scientifici e divertirsi un po’ a immaginare come sarebbe un vero drago.

Molto probabilmente, i draghi non potranno mai esistere veramente: ma se essi esistessero, sicuramente farebbero leva su almeno qualcuno dei “trucchi naturali” espressi in questo articolo.
Mi sono infatti divertito a ricercare alcuni dei più brillanti ritrovati della biologia, della chimica e della fisica presenti, spesso, in animali molto differenti tra loro, oppure anche solo vagamente ispirati ad essi o a fenomeni esterni al regno animale.
Il drago rappresenterebbe dunque un impossibile “mostro di frankenstein” di caratteristiche provenienti da svariati organismi viventi (e non), nonché un capolavoro di ottimizzazione tecnica: questo ovviamente non avviene in natura, dove l’animale vincete è spesso quello più adattabile, e quello invece più specializzato finisce per essere prigioniero del suo habitat specifico e succube di qualunque tracollo di quest’ultimo.

Un’ulteriore premessa che dobbiamo fare è a “quale drago” ci stiamo riferendo: la mitologia e il folklore dell’oriente e dell’occidente sono ricchi di draghi delle più disparate forme e dimensioni che mostrano caratteristiche anche fortemente discordanti tra loro, e la moderna narrativa e i media più avanzati, come il cinema, le serie TV e ovviamente il mondo ludico, hanno dato il loro contributo a dipingere una visione vasta ed eterogenea del concetto di drago.
Nello specifico, soprattutto nel panorama ludico (soprattutto quello dei giocatori di ruolo), è apparsa negli ultimi decenni la distinzione tra il vero e proprio drago e altre creature simili ma non afferenti a tale categoria, delle quali la più famosa è la viverna: una delle differenze sostanziali sarebbe data dal numero degli arti che, per la viverna, sarebbero quattro, di cui i due anteriori andrebbero a formare le ali della creatura; il drago invece avrebbe sei arti, di cui due ali e quattro per appoggiarsi sul terreno a guisa di altri quadrupedi terrestri.
Per correttezza va detto anche che spesso le viverne, per una differenziazione maggiore, sono associate alla capacità di produrre veleno piuttosto che il fuoco e a dimensioni ed acume inferiori.

Noi abbiamo deciso di ignorare questa distinzione, che proviene soprattutto dall’araldica britannica, per una questione per lo più biologica: tutti gli animali che possiamo associare ai draghi, siano essi rettili, mammiferi o uccelli, sono tetrapodi, ovvero sono muniti di soli quattro arti e quelli che volano lo fanno grazie alle ali che occupano gli arti anteriori.

Abbiamo dunque deciso di prendere ispirazione, nel nostro modello di drago, a vari aspetti di quelli della Saga delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (Songs of Ice and Fire), più famose con il nome di Game of Thrones (Il Trono di Spade).

I draghi di questa saga, infatti, sono intelligenti ma non quanto un essere umano e non sono in grado (almeno a quanto ne so) di usare veri e propri incantesimi, come fanno ad esempio i draghi di Dungeons & Dragons.

Avendo il drago moltissime caratteristiche peculiari che possono differenziarlo da quelli dipinti in altri media, abbiamo deciso di tenerci su alcuni punti fermi che, a nostro parere, descrivono la sua bene natura: la capacità di sputare fuoco, le dimensioni considerevoli, la capacità di volare e la longevità.
Come farà un drago a mettere assieme queste incredibili caratteristiche? Come sempre, andiamo a scoprirlo assieme!

Soffio letale

Quella di sputare fuoco è in assoluto una delle caratteristiche fondamentali del nostro drago. Ho deciso di partire proprio da questa caratteristica perché, come vedremo, avrà effetto su tutto il resto della trattazione.

In natura nessun animale è in grado di emettere fiamme: la cosa più vicina che conosciamo è una capacità difensiva dei cosiddetti “coleotteri bombardieri”.
Si tratta di animali che, se disturbati, possono produrre una specie di piccola esplosione dall’addome in grado di scottare e irritare la pelle di un essere umano e che può risultare letale o quantomeno provocare cecità nei predatori di questi insetti: tale prodigiosa difesa è ottenuta combinando due sostanze liquide, mantenute in ghiandole separate, che, andando ad interagire, si espandono e producono calore in maniera simile alle esplosioni descritte in questo articolo.

Ma il soffio di un drago è cosa ben diversa: molti si sono divertiti a cercare di immaginare una sostanza adatta per la produzione di un tale mortifero alito.
Una sostanza liquida sarebbe indubbiamente più facile da “sputare”, produrre e conservare: il drago potrebbe basarsi su una soluzione simile a quella del coleottero bombardiere, con due liquidi separati che fanno reazione a contatto.
Se poi il liquido fosse anche un po’ appiccicoso, come per esempio il Napalm (o, in altri tempi, il fuoco greco), risulterebbe indubbiamente più letale.
Ma un drago ha molti problemi da risolvere, uno su tutti quello del volo, e l’ulteriore peso di stoccaggio del liquido sarebbe un problema notevole da affrontare, cosa che invece non succederebbe… con un gas!

Una delle caratteristiche dalle quali il drago potrebbe ottenere un grosso vantaggio, presa in prestito dagli uccelli e, forse, dai dinosauri, sono i sacchi aeriferi.

Questi organi, disseminati in varie parti del corpo dell’animale, contribuiscono ad alleggerirlo in maniera simile alle famose ossa cave: il peso dell’aria è infatti di circa 1,2 g a litro, contro il kg circa della carne e gli 1,9 kg dell’osso. 
I sacchi aerei sono inoltre uno degli elementi fondamentali del sistema respiratorio degli uccelli: i polmoni degli uccelli infatti sono relativamente piccoli ma, invece che essere “chiusi” come i nostri, permettono il flusso di aria che viene invece depositata nei sacchi aerei.

Durante il volo, quando l’uccello ha bisogno di maggiore ossigenazione per i muscoli delle ali, i sacchi aerei si riempiono e si svuotano durante tutte le fasi della respirazione, consentendo un flusso costante di ossigeno attraverso i polmoni.
Un drago potrebbe aver sviluppato degli organi similari, utili sia per alleggerire la sua struttura, sia per la conservazione dell’aria e… di altri gas!

Fuoco e fiamme

Vi sono numerosi gas infiammabili producibili in natura, dei quali probabilmente il più semplice è il metano. Si tratta di una molecola formata da un atomo di Carbonio circondato da quattro atomi di Idrogeno.

Il metano è il gas che usiamo più comunemente nelle nostre abitazioni, ha una densità (cioè una massa per unità di volume) pari circa alla metà di quella dell’aria e ridurrebbe ulteriormente il peso effettivo del drago: la sua fiamma è in grado di raggiungere temperature tra i 900°C e i 1500°C.

Si tratterebbe indubbiamente di un’arma terribile e di produzione piuttosto semplice: il metano, infatti, è uno dei prodotti della digestione e della putrefazione.
Immaginando che il drago abbia una specifica flora batterica in grado di aiutarlo, i gas prodotti dal suo stomaco potrebbero essere convogliati in alcuni specifici sacchi aerei in grado di risalire dallo stomaco alla bocca, in maniera simile al funzionamento che i ruminanti hanno per recuperare e ri-masticare il cibo già parzialmente digerito nel rumine, una specie di proto-stomaco.

Ma se volessimo darci a uno slancio di fantasia, il gas perfetto sarebbe l’idrogeno stesso: l’elemento più semplice e leggero dell’universo, sotto le corrette assunzioni può combinarsi con l’ossigeno producendo una terribile fiamma (in grado di raggiungere oltre i 2000°C) rilasciando come scoria… acqua!
Infatti la reazione di produzione dell’acqua (H2O) a partire da idrogeno e ossigeno è fortemente esotermica, ovvero rilascia una grande quantità di calore.
Inoltre, l’idrogeno è estremamente più leggero dell’aria (ha circa il 7% di densità), alleggerendo ulteriormente l’intera struttura del drago: non è un caso che sia stato usato in passato come gas per  dirigibili, capace di sollevare circa 1,1kg per metro cubo di gas.
Si tratta comunque di un gas facilmente infiammabile se non controllato (motivo della grande controversia dietro alle macchine a idrogeno) e di difficile produzione: il metodo più semplice per ottenere idrogeno è infatti l’elettrolisi dell’acqua, un processo nel quale un campo elettrico attraversa l’acqua (H2O) che viene suddivisa in ioni negativi (OH-) e ioni positivi (H+). Un drago, tuttavia, non ha niente del genere a disposizione: come può produrre idrogeno?

Una reazione chimica per produrre l’idrogeno passa dall’acqua e dal monossido di carbonio (CO), un gas estremamente nocivo per l’uomo che si va a creare quando le combustioni avvengono con poco ossigeno a disposizione. 
Un recente studio ha dimostrato che questa reazione può essere catalizzata, ovvero è possibile ottenerla a partire da temperature inferiori, grazie a nanoparticelle di… oro!
Questo potrebbe suggerire il motivo per cui il drago sia così appassionato al biondo metallo: egli potrebbe in qualche modo produrre la reazione al suo interno, ingerendo direttamente l’oro (cosa che altri animali fanno con determinati sassi, detti Gastroliti, per digerire).

Infine, i due gas potrebbero non essere mutuamente esclusivi. Uno dei sistemi più diffusi per la produzione massiccia di idrogeno è infatti il reforming, una metodo che prevede di far reagire metano e acqua per produrre idrogeno e monossido di carbonio: questa reazione viene invece catalizzata dal Nickel, metallo raro e storicamente confuso, in passato, con l’argento a causa della loro somiglianza visiva.

Grossi lucertoloni… o pipistrelli?

Uno dei tratti maggiormente caratteristici dei draghi sono le loro larghe ali da pipistrello: qui potete vedere una “volpe volante”, il pipistrello più grande attualmente esistente. Non preoccupatevi, si nutre di frutta!
Nei pipistrelli, l’ala è composta da una membrana, detta patagio, che si collega al corpo e agli arti dell’animale e che viene controllata da quelle che sono letteralmente le “dita” dell’animale, allungatesi per produrre un ancoraggio corretto e aerodinamico.

Una volpe volante ha un’apertura alare di un metro e mezzo e un peso di un kg circa: si tratta infatti di animali estremamente leggeri perché la maniera in cui essi volano non permette loro di raggiungere le masse proprie, ad esempio, degli uccelli. In compenso la struttura delle loro ali permette loro manovre estremamente complesse, nonché l’uso delle appendici artigliate per camminare ed arrampicarsi.

Ora, che succede se ci immaginiamo di “ingrandire” una volpe volante fino alle dimensioni di un drago?
Come riferimento prenderemo Drogon, il drago di game of thrones, nell’arena di Meereen: in questa configurazione, il drago è già abbastanza grande per essere estremamente minaccioso e contemporaneamente capace di farsi cavalcare da Daenerys.
In quella scena, Drogon è lungo circa 12 metri: circa metà di questa lunghezza è però occupata dalla coda, che andremo ad aggiungere successivamente.

Se osserviamo la volpe volante (qui sipra uno scheletro), vediamo che l’apertura alare è circa tre volte la lunghezza dell’animale, che si attesta dunque attorno a mezzo metro: cosa accade al suo corpo se passiamo dalla sua lunghezza originale ai 6 metri circa del corpo di Drogon?
La disciplina che studia come i corpi degli animali si accrescono è detta Allometria ed è una branca della biologia assai ricca di formule empiriche più o meno specifiche per ogni singola tipologia di animale. Esistono però delle equazioni più vaghe e generiche che andremo ad utilizzare: nello specifico ci interessano alcuni punti. Questo ambito è già stato approfondito dal carissimo Simone Normani in questo articolo nato da una precedente collaborazione.

Una prima analisi implica un approccio isometrico: in una isometria, le grandezze fisiche scalano seguendo le classiche regole dei solidi geometrici.
In questa maniera, se io moltiplico per 12 la lunghezza del mio animale, anche l’altezza e la larghezza subiranno lo stesso trattamento: in questa maniera, le superfici corporee saranno moltiplicate per il quadrato (144 volte) e i volumi per il cubo (1728 volte). 

Visto che la massa di un corpo, a parità di densità, cresce alla stessa maniera del volume, la nostra volpe volante gigante pesa oltre 1700 kg: immaginando che una coda lunga ulteriori 6 metri pesi una frazione importante del totale, il nostro drago avrebbe una massa attorno alle 2 tonnellate.

Chiaramente, molti fattori possono incidere su questa massa: ad esempio, i pipistrelli non hanno le ossa cave. Se il nostro drago sviluppasse una simile proprietà degli uccelli potrebbe ridurre la sua massa notevolmente: infatti le ossa hanno una densità (circa 1.9 kg al litro) praticamente doppia rispetto a quella dei muscoli (1,1 kg al litro) e svuotarle potrebbe alleggerire ulteriormente la struttura, a scapito tuttavia della resistenza dell’animale. Inoltre, sottoporrebbe le ossa a uno stress molto superiore, cosa che non possiamo affatto permetterci per consentire al nostro drago di volare…

La forza delle ali

Abbiamo allungato di 12 volte il nostro pipistrello originario: seguendo le leggi dell’isometria, questo porterebbe la superficie delle sue ali, che sono ora larghe ben 18 metri, ad aumentare di un fattore 144 (il quadrato di 12).
Tuttavia la massa è aumentata molto di più: 1726 volte, 12 volte tanto per l’esattezza.
Questo significa che, per mantenere costante lo stress subito dall’ala, anche la sua superficie deve aumentare vertiginosamente: la volpe volante infatti ha una superficie alare pari circa a 0,7 metri quadrati che, al netto di un kg di peso, porta il carico alare, il rapporto tra massa e superficie, a circa 1,3 kg per metro quadrato.
Se adesso immaginiamo che le ali siano lunghe quanto il busto del drago, dunque circa 6 metri, mantenendo lo stesso carico alare per un animale di 2 tonnellate avremmo bisogno di un’apertura alare di circa… 250 metri, oltre venti volte la sua stessa lunghezza!

Chiaramente si tratta di un valore ridicolo, per cui opteremo per aumentare il carico alare dell’animale: questo porterà indubbiamente a una riduzione delle capacità di volo, ma è meglio che trascinarsi dietro delle ali lunghe un quarto di chilometro!
Il limite superiore per gli animali sembra essere attorno ai 25 kg al metro quadrato, cosa che ci permetterebbe di ridurre drasticamente la lunghezza dell’apertura alare: se vogliamo mantenere l’apertura alare originale di 18 metri, ci bastano 18,5 kg al metro quadrato, ma questo implica sicuramente un aumento del diametro delle ossa alari del drago e del volume dei suoi muscoli.
Considerando quindi l’aumento di massa dato da tale nuova conformazione, più solida, possiamo immaginare di mantenere il carico alare massimo e l’apertura alare iniziale, dunque circa 18 metri, con una massa totale dell’animale attorno alle due tonnellate e mezzo nel quale includere anche ulteriori tratti “difensivi” (come vedremo a breve)

L’aumento di dimensioni porta con se anche dei benefici per il volo: per esempio, si osserva che animali geometricamente simili ma dall’apertura alare maggiore volano con una velocità superiore.
Per la volpe volante, che vola a circa 27 km/h, aumentare di 12 volte l’apertura alare implica raggiungere una velocità tanto superiore quanto la radice di 12, cioè circa 90 km/h!
Questo riduce inoltre la velocità del battito delle sue ali che dipende dalla massa con un esponente pari a -1/6: un drago avrà bisogno di battere le ali circa una volta ogni 3-4 secondi.

Una testa da predatore

Finora abbiamo parlato di pipistrelli con la coda da lucertola… ma cosa dire del capo?
La testa di un drago potrebbe prendere il meglio del mondo animale.

Innanzi tutto l’occhio del drago dovrebbe essere in grado di vedere in condizioni di scarsa illuminazione, come quelli dei gatti: potrebbe quindi essere dotato di un tapetum lucidum, una membrana riflettente posta dietro la retina trasparente dell’animale.
La luce entra nell’occhio, viene passa la prima volta attraverso la retina e viene poi rimbalzata di nuovo indietro, di fatto raddoppiando quasi la quantità di luce che la retina è in grado di ottenere.
Un’altra opzione sarebbe l’occhio del rapace, che contiene bastoncelli (i ricettori per la visione notturna) modificati e in grandi quantità: quest’occhio inoltre, a causa della profondità della Fovea, una zona particolarmente ricca di ricettori nella retina, pare avere la possibilità di agire come teleobiettivo, andando a “zoomare” a grande distanza.
Questa capacità è fondamentale per un predatore volante, che è in grado di vedere le proprie prede a grande distanza: inoltre l’occhio dei rapaci è capace di cambiare molto velocemente la propria distanza focale, cioè quella alla quale vede gli oggetti messi a fuoco, permettendogli dunque di passare rapidamente da una visuale “da cacciatore” a una a corto raggio.

Ovviamente il drago dovrebbe avere un olfatto sopraffino, che gli permetta di percepire i nemici e le prede vicine, ma la sua bocca potrebbe mettere insieme il meglio del regno animale: potrebbe prendere infatti la dentatura degli antichi dinosauri carnivori, come il tirannosaurus rex, oppure quella degli squali.
Dovrebbe avere, in bocca, la possibilità di creare delle scintille per accendere la fiamma: una possibilità sarebbe quella di tenere in bocca, o in una specie di rumine, delle pietre focaie, in modo da poter accendere il gas fuoriuscente dalle apposite sacche.
Per proteggersi ulteriormente dal fuoco, al quale dovrebbe comunque avere un’alta resistenza, potrebbe usare una valvola palatale, una membrana presente, ad esempio, nei coccodrilli che impedisca il ritorno indietro del fuoco (nei coccodrilli essa viene usata per impedire all’acqua di entrare nei polmoni).

Dolphin's double beam sonar - creation.com

Un’ulteriore capacità importante del drago potrebbe essere l’emissione di suoni: oltre a ruggiti spaventosi, il drago potrebbe aggirarsi per le caverne supportato da un sonar simile a quello dei delfini.
Questi animali producono suoni con una grossa cavità nella loro fronte ed essi, riflessi dagli oggetti che incontrano, raggiungono la mandibola dell’animale che è collegata all’orecchio, permettendogli di “sentirne” accuratamente l’eco.
Un drago potrebbe fare altrettanto usando, invece della mandibola, le corna che così acquisirebbero non solo un ruolo difensivo ma anche uno di orientamento.

Sempre le corna potrebbero contenere, come accade negli uccelli, piccole quantità di magnetite, un minerale del ferro capace di reagire ai campi magnetici: questa sostanza, presente nel becco di alcuni volatili, permette loro di volare orientandosi con il campo magnetico terrestre.
Il nostro drago potrebbe utilizzare questo sistema per orientarsi nel sottosuolo, ma anche per trovare i giacimenti minerari utili sia per produrre che per accendere il letale gas che riempie le sue viscere…

Scaglie durissime

Come fa un drago a proteggersi dagli attacchi nemici?
Un’ipotesi sarebbe avere una pelle squamata, a parità di quelle dei coccodrilli.
Le squame scudate dei coccodrilli sono infatti un insieme di ossa e di epidermide che si ipercheratinizza, acquisisce cioè una quantità estremamente alta di cheratina.
La cheratina è quella sostanza che forma i nostri capelli e unghie: in natura è presente in due forme, l’alfa-cheratina (propria dei mammiferi) e la beta-cheratina (rettili e negli uccelli), molto più dura nonché materiale per la formazione, ad esempio, degli artigli.

Molte specie utilizzano la cheratina per produrre squame o scaglie che le proteggano, ma una in particolare è riuscita a superare tutte le altre: il pangolino.
Questo mammifero ha una vera e propria corazza prodotta da vere e proprie parti di osso (i cosiddetti ossi dermici) ricoperti da scaglie di chitina: una versione “gigante” di queste scaglie sarebbe decisamente una protezione coi fiocchi. 

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Le ossa infatti possono essere estremamente dure: un femore umano richiede circa 4000 Newton di forza per rompersi, il che significa che può essere sottoposto a pesi fino a 400 kg. Un materiale di tale resistenza, nei giusti spessori, potrebbe essere non trascurabile nel peso totale del drago ma concedere una protezione contro spade e lance comparabile a quella di una buona armatura.

Ma il drago può fare qualcosa di meglio: ricoprire le proprie scaglie… con lo smalto!
Lo smalto che protegge i denti è infatti la sostanza più dura prodotta dal corpo umano: esso è prodotto dagli ameloblasti, cellule altamente specializzate, e deve la sua durezza al fatto di essere composto al 96% di materiale inorganico, cristalli di una sostanza a base di calcio chiamata Idrossiapatite, dove invece la percentuale nelle ossa è sotto il 70%.

Una vita lunghissima

I draghi delle leggende sono in grado di vivere per secoli immemori, ma questo pare non essere in linea con la vita media della maggior parte degli animali odierni: come potrebbe il nostro lucertolone volante sopravvivere così a lungo?

Tanto per cominciare, ancora una volta, l’allometria ci viene incontro.
In generale, uno dei parametri per stimare l’aspettativa di vita di un animale (escludendo la realistica eventualità di morte violenta, per malattia o inedia) è la frequenza dei battiti cardiaci.
Un mammifero, ad esempio, produce nella sua vita qualche centiniaio di milardi di battiti cardiaci: per un essere umano con una frequenza di 75 battiti al minuto, 100 miliardi di battiti cardiaci equivalgono a circa 40 anni di vita.
Tuttavia questa frequenza tende anch’essa a seguire una legge allometrica: animali di piccola taglia, infatti, tendono ad avere un battito più veloce e vivere pochi anni, mentre gli animali di taglia grande tendono ad avere battiti cardiaci più distanziati e a vivere più a lungo.

Questo però ha anche un apparente svantaggio: la velocità del battito cardiaco è infatti legata anche al flusso di ossigeno nel sangue e, di conseguenza, al metabolismo della creatura.
Quest’ultimo è infine collegato alla percezione del tempo: un animale più piccolo vivrà di meno, ma avrà una percezione “a rallentatore” del mondo e potrà dunque percepire prima e reagire meglio ai pericoli, mentre uno grande avrà una vita più lunga ma una percezione del tempo “peggiore”.
In pratica, osservando lo stesso movimento, un animale piccolo lo percepirebbe come lunghissimo ma sarebbe capace di analizzarne i vari aspetti e reagire in tempo, mentre uno molto grande lo percepirebbe come più breve e potrebbe non essere in grado di reagire in tempo.

Andando nello specifico, la frequenza del battito cardiaco è (ovviamente) legata alle dimensioni dell’apparato circolatorio, che a sua volta dipende dalle dimensioni dell’animale intero: una legge allometrica piuttosto generale mostra ad esempio che il tempo tra un battito e l’altro, e di conseguenza la durata della vita, cresce come la radice quarta della massa.
Questo significa che se prendiamo come base la nostra volpe volante, un drago vivrebbe circa 7 volte tanto.

Ma qui arriva il bello, perché pipistrelli e uccelli condividono dei tratti genetici estremamente interessanti.
Tanto per cominciare, sono animali estremamente longevi per le loro dimensioni: una volpe volante, infatti, pur pesando appena 1 kg riesce a vivere fino a 40 anni in cattività.
Parte di questa lunga vita è dovuta al letargo, uno stato di sonno nel quale la temperatura corporea si abbassa e il metabolismo rallenta moltissimo, riducendo il consumo di energia e il battito cardiaco e allungando così un po’ l’aspettativa di vita.
Inoltre, nonostante le aspettative di vita piuttosto alte, questi animali hanno un metabolismo rapido, riuscendo a mettere assieme tutti i vantaggi della piccola taglia e della lunga vita.


Pare che questa incredibile caratteristica sia dovuta alla particolare efficienza dei loro mitocondri: un mitocondrio è una parte della cellula che si occupa della respirazione cellulare e che si è evoluta, nel corso di milioni di anni, da una simbiosi tra due organismi unicellulari, uno “interno” che ha dato vita al mitocondrio e uno “esterno” che ha mantenuto il ruolo di cellula principale.
I Mitocondri hanno infatti un DNA separato dal resto della cellula e (nell’uomo) vengono ereditati dalla sola parte materna: nel caso dei volatili, il dna mitocondriale sarebbe in grado di rallentare il cosiddetto “invecchiamento ossidativo” e proteggere l’animale dai pericolosi errori di riproduzione cellulare, assicurandogli una vita estremamente lunga e attiva.

In quest’ottica, un drago potrebbe vivere almeno 280 anni, riposando per lungo tempo nelle caverne montane assieme al suo oro (che, forse, usa per produrre idrogeno) per poi svegliarsi di tanto in tanto, cacciare ed esigere quei meravigliosi tributi che gli stupidi umani della zona preparano così accuratamente per lui…

E’ tempo di affrontare la bestia!

Se siete arrivati fin quà è innanzitutto bene che io vi ringrazi.
Questa pagina è cresciuta soprattutto grazie a voi, che vi divertite a leggere le mie folli analisi scientifiche del mondo ludico.
Visto che, come molti dei miei fan, sono appassionato di giochi di ruolo, ho deciso di creare assieme a Matteo “Autunno” di Domenico, designer di Arcamundi ed esperto di giochi di ruolo anche in ambito internazionale, una versione di questo drago per la quinta edizione di Dungeons & Dragons.

Visto che nell’ultima edizione i livelli di forza dei mostri non eccedono mai 30, abbiamo deciso di creare due versioni, una con forza 30 e l’altra con un punteggio calcolato a partire dalla capacità di sollevamento (approssimativa) del drago. Trovate entrambe le versioni sul gruppo di Eduplayers, linkato in fondo all’articolo.
Inoltre pubblicheremo nel prossimo futuro una versione estesa della scheda con tanto di abitudini e tattiche di combattimento, sia da parte del drago che dei suoi eventuali cacciatori…

Beh, che dire, è stato un anno davvero coinvolgente. Abbiamo ancora diversi articoli di Manadinamica e di Darwin Fantasy da scrivere, un paio di interviste di Maestri d’Arme da completare e qualche analisi videoludica sui titoli dei prossimi mesi.
Inoltre, vista la mia natura di docente precario, nei prossimi tempi mi focalizzerò sul concorso per entrare come docente di ruolo di Matematica e Fisica o di Scienze.
Questo implicherà una riduzione degli articoli, ma sto considerando l’opzione di creare e condividere con voi contenuti sul mio studio, anche per farmela “prendere bene” 🙂
Infine potreste avere, in un futuro indefinito, notizie sulla mia attività di inventore di giochi
Dunque stay tuned! Seguitemi sulla pagina di Eduplay.it e sul gruppo eduplayers nel quale trovate le schede del drago!

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